Criticità del Public Procurement e l’Impatto sulla Sovranità Digitale (cap.6)

Dario Denni

Dario Denni

Un “Castello di Complessità” che drena risorse, Ostacola l’Innovazione Locale e perpetua la Dipendenza Tecnologica

Il sistema di public procurement legato all’innovazione, sia in Italia che a livello europeo, è afflitto da profonde criticità strutturali che minano gravemente la capacità di sviluppare un ecosistema digitale sovrano e di sostenere le industrie locali. La pubblica amministrazione, oltre al primario obiettivo di evitare fenomeni corruttivi – che è “la prima” finalità e non è un problema solo italiano, come dimostrato dall’Albania che ha nominato un ministro per l’AI specificamente per affrontare la problematica della corruzione – persegue anche l’obiettivo di generare ulteriori benefici. Questi effetti, come il principio della “Green Transition” diventata “double transition” digitale ed ecologica, si aggiungono al target principale del bando elevandone la complessità. Ad esempio, un voucher per migrare a cloud un servizio della Pubblica Amministrazione, deve anche rispettare ulteriori parametri di sostenibilità (es. principio DNSH, do not significant harm). Anche se è un argomento troppo tecnico per la discussione generale che si propone questo testo, in estrema sintesi e semplificando molto il concetto, non si tratta solo di ottenere il servizio richiesto ma di volere che sia incluso anche altro. E’ giusto? E’ sbagliato? E’ legittimo. Ma con quali ricadute? Molti dei presupposti che hanno guidato la double transition, hanno portato alla costruzione di un vero e proprio castello di complessitànei bandi di gara, anche nel digitale, rendendo la partecipazione estremamente difficile per le piccole e medie imprese (PMI) europee, che pur costituiscono la spina dorsale dell’economia.

Le richieste di un elevato numero di specialisti coinvolti in ogni gara e la dimensione dei lotti, spesso troppo grandi, escludono a priori le PMI dalla partecipazione. Anche se esse si unissero in Associazioni Temporanee di Imprese (ATI), si scontrerebbero con la complessità dei bandi che non sono “a misura di PMI”. Questa problematica è nota dal 2004 almeno, quando la regolamentazione sul public procurement europeo iniziò a essere messa in discussione, purtroppo senza risolvere il problema dei “lotti” troppo grandi che non permettono una partecipazione diffusa per le PMI. Sovente invece, non ci sono nemmeno i lotti per via della discrezionalità amministrativa. Sebbene i bandi siano ormai automatizzati e gestiti su piattaforma, i tagli restano troppo alti, non sono sempre lottizzati e quando sono lottizzati sono troppo complessi per una PMI.

Le regole europee che siamo abituati a conoscere sono norme di compliance sostenute da una sanzione. Esse impongono che determinati obblighi si applicano senza valutare il limite dimensionale delle imprese, di conseguenza li devono rispettare tutti gli operatori sul mercato, anche il più piccolo della catena del valore. Si parla quindi di obblighi orizzontali e non proporzionali, un altro ostacolo fondamentale al nostro sviluppo tecnologico. Ciò significa che una PMI innovativa, anche se volesse partecipare a certe gare, avrebbe dei costi di compliance talmente alti da essere esclusa a priori perché carente di fattori di scala per diminuirne l’impatto, né dispone di personale sufficiente per poter produrre documentazioni o garanzie ed affrontare costose certificazioni tecniche in piccole realtà tecnologiche.

Al contrario, le grandi imprese globali, non solo ostacolano le norme facendo i ricorsi giudiziari, ma hanno una capacità di compliance che è superiore a quella di chiunque altro, potendo impiegare migliaia di avvocati per ogni singolo ricorso. Questo numero di specialisti è nettamente superiore perfino a quello che ha tutta l’autorità preposta a controllare il bando, creando uno squilibrio evidente per gestire tutte le vicende giuridiche che accompagnano le assegnazioni. La conseguenza più grave di questo sistema è che i fondi pubblici come quelli del PNRR, destinati alla ripresa post-pandemia e all’accelerazione delle industrie locali, finiscono spesso per alimentare industrie che non sono italiane e spesso neanche europee. Ciò porta a un massiccio trasferimento di risorse pubbliche all’estero, che non contribuiscono dunque alla ridistribuzione della ricchezza a livello locale e nazionale. Questi soldi provenienti dalle tasse dei cittadini, spesso non rimangono che in piccola percentuale nel perimetro industriale italiano e spesso sfuggono al perimetro fiscale italiano, creando un doppio problema: i soldi pubblici vanno all’estero ad esempio per l’acquisto di hardware e software extraeuropeo, e la fiscalità italiana non recupera posizioni per colmare la diseguaglianza sociale. Quindi non si realizza la finalità redistributiva della tassazione.

Questa dinamica è stata riconosciuta e criticata da numerose istituzioni di controllo europee. La Corte dei Conti olandese da ultimo ha rilevato una dipendenza strutturale dai fornitori di cloud computing americani che contamina quasi tutta la spesa pubblica di servizi digitali. In alcuni casi, i bandi sono così specifici da richiedere esplicitamente i servizi di grandi fornitori stranieri, a volte addirittura specificando il nome commerciale dell’offerta del singolo fornitore. La vendita di questi servizi è spesso mediata da società locali che offrono consulenza alla PA, facendo apparire italiano il soggetto che vende il servizio extraeuropeo. Come è chiaro, questo non solo ostacola la crescita delle PMI, ma aggrava anche un ulteriore problema di drenaggio fiscale e di diseguaglianza redistributiva. Il sistema, pur legale, nei bandi si traduce in una “colonizzazione digitale” del nostro continente, che impedisce lo sviluppo autonomo e sostenibile dell’industria digitale europea.