Le Filiere Tecnologiche e la Dipendenza dall’Hardware – (cap.3)

Dario Denni

Dario Denni

Una Vulnerabilità Strategica e Geopolitica Profonda per l’Europa e le Sue Ramificazioni Operative

L’infrastruttura su cui si basa l’Intelligenza Artificiale, in particolare hardware ed i chip, pur essendo descritta come “fungibile” in molti casi, è tuttavia un componente indispensabile e la sua assenza rende l’Europa “arretrata” nel panorama tecnologico globale. La dipendenza dall’estero per questi componenti critici è diventata un problema strategico di prim’ordine, talmente grave da poter essere definito una “arma militare“. Questo perché il rifiuto di fornire tecnologia può, di fatto, paralizzare interi settori economici e strategici di una nazione o di un blocco di nazioni, configurandosi come un’autentica “arma di ricatto”.

Nonostante si parli di produzione di chip in Europa, è fondamentale comprendere che esistono solo “frammenti” di questa complessa catena del valore. Ad esempio, ci sono aziende italiane famose che fanno solo confezionamento di chip, altre olandesi per la litografia. Questo tipo di effervescenze che colgono un elemento della catena del valore non sono sufficienti per garantire un’autonomia completa. La produzione di un chip è un processo fatto di componenti e fasi complesse. Persino gli Stati Uniti, nonostante giganti come Meta e Google si stiano sforzando di produrre i loro chip in casa, non sono pienamente autonomi e sono impegnati in alleanze per coprire l’intera catena di produzione. Questa realtà implica che, nell’immediato, l’acquisto di chip da paesi esteri è inevitabile per l’Europa perché non c’è alternativa sul ciclo produttivo. Questo rende qualsiasi investimento in questo settore insufficiente proprio perché non si copre l’intera filiera che parte dal silicio e dal litio e dalla disponibilità di altre terre rare.

Questa profonda dipendenza ha ripercussioni dirette anche sulla percezione e sulla realtà dei cosiddetti “cloud sovrani” o “data center sovrani”costruiti in Italia da operatori extraeuropei iperscalari. Sebbene queste infrastrutture siano fisicamente localizzate nel paese e destinate a ospitare anche servizi pubblici, l’hardware al loro interno è spesso controllato da remoto quando i dati vengono trasferiti all’estero per motivi commerciali o su ordine di un giudice federale. Un data center, per quanto imponente nella sua struttura fisica, non è sovrano solo perché sta in Italia. La parte edilizia e dei cablaggi è risolvibile, poiché non ci mancano cemento e operai per fare un data center e anche la parte dei cablaggi è risolvibile, seppur con problemi di reperimento di elettricisti. Tuttavia questi data center, pur sembrando locali, non generano occupazione significativa – al di là del personale di sicurezza e amministrativo essenziale – e non garantiscono un controllo tecnologico autonomo. Il personale si limita a una guardia armata esterna, un gruppo di persone amministrative, con tecnici che intervengono per problemi specifici. Non è un lavoro complesso in termini di largo ingaggio di manodopera continua. Questo scenario evidenzia una disconnessione tra l’investimento infrastrutturale e l’effettiva acquisizione di controllo strategico di un data center.

La situazione è ulteriormente complicata dalla scarsa affidabilità percepita di alcuni fornitori e dalle politiche giuridiche di altri Paesi. Se il giudice americano può ordinare all’operatore di cloud americano di fornire i dati anche di un server estero, questa possibilità mina direttamente la sovranità dei dati e introduce un rischio costante per la sicurezza delle informazioni critiche, siano esse militari o civili. La dipendenza tecnologica, dunque, non è solo una questione economica o di approvvigionamento, ma una questione di sicurezza nazionale e di capacità di autodeterminazione in un panorama geopolitico sempre più teso. Senza una capacità autonoma nella produzione dell’hardware fondamentale, l’Europa rimane vulnerabile e soggetta a pressioni esterne, con la sua sovranità digitale costantemente minacciata. Il valore, in questo contesto, non sta su quanto siamo arretrati sui chip, ma anche su “tutto il resto” che evidentemente ci manca.