Intelligenza Artificiale e Concentrazione del Potere Tecnologico (cap.2)
Corsa ai Chip, le Vulnerabilità delle Filiere Globali e le Profonde Conseguenze Strategiche
Il settore tecnologico globale è caratterizzato da una concentrazione senza precedenti di potere finanziario e tecnologico in “pochi Stati, poche aziende e poche persone”. Questo fenomeno vede i giganti tecnologici non solo eguagliare, ma spesso superare significativamente le risorse finanziarie tradizionalmente disponibili ai venture capitalist. Esempi eclatanti di questa scala di investimento e potere includono ad esempio la commessa da 300 miliardi di dollari di Open AI a Oracle, una cifra che, come sottolineato, supera di molto l’intero PNRR italiano, stimato in circa 200 miliardi. Analogamente, Taiwan, riconoscendo la crucialità strategica dei semiconduttori, ha dedicato un “PNRR intero su i chip” con un investimento di 200 miliardi di dollari solo in quel settore. Questi numeri devono essere studiati, approfonditi meglio per comprendere le diverse velocità che a volte ci lasciano sorpresi nel panorama tecnologico globale, evidenziando una corsa agli armamenti tecnologici dove pochi attori dominano risorse e capacità, lasciando altri in posizione di svantaggio.
Tuttavia, l’Europa, nel tentativo di inseguire delle fattispecie diverse dalle nostre senza una valutazione completa delle proprie strategie e risorse, spesso incontra il fallimento se non valuta tutte le variabili. Le strategie che mirano a portare la produzione di chip in occidente si sono rivelate inefficaci perché non hanno tenuto conto di tutte le variabili complesse in gioco. La pandemia di COVID-19 ha agito da catalizzatore, rivelando brutalmente la vulnerabilità delle filiere globali, con la produzione di componenti essenziali dislocata in un’altra parte del mondo. Questa consapevolezza ha spinto molti Stati, inclusi quelli europei, a cercare di attrarre produttori di chip. Gli Stati Uniti, in un’epoca di “tempesta perfetta” post-pandemia – caratterizzata da una spinta per rilanciare l’economia, dalla necessità di transizione verde e da un’inflazione galoppante, hanno agito rapidamente con il loro Inflation Reduction Act (IRA), i cui effetti immediati hanno impaurito tutti gli altri Stati. L’Europa, al contrario, si è limitata a fare dei piani scollegati ed a metterci dei fondi, cercando opportunità per avere una produzione locale di chip, proprio in ragione di “gap tecnologico” difficile da recuperare in breve tempo.
La competizione tra gli Stati Membri dell’UE per portare aziende come Intel in casa è stata intensa. Ad esempio, la Germania ha offerto ingenti somme a Intel perché producesse sul suo territorio. Tuttavia, Intel ha disdetto quel piano, citando crisi o condizioni non favorevoli. Questo dimostra chiaramente che i soldi, pur essendo una “precondizione” nella rivoluzione tecnologica, “non bastano”. La mera iniezione di capitali non è sufficiente senza un ecosistema di supporto robusto, che include know-how, infrastrutture adeguate e un quadro normativo e giuslavoristico compatibile.
La mancanza di know-how locale è un ostacolo significativo. Inoltre, le differenze sostanziali nel diritto del lavoro tra le diverse regioni del mondo creano scontri e problemi reali per la mobilità dei talenti. L’Europa, ad esempio, garantisce condizioni lavorative (assenza di lavoro minorile, orari limitati, riposo retribuito) che sono in netto contrasto con quelle di altri paesi. In Europa ad esempio non facciamo lavorare i bambini, la giornata di lavoro non dura 14 ore e abbiamo un sistema di tutele elevato frutto di anni di lotte sindacali e democratiche. Queste discrepanze rendono gli ingegneri “scontenti” quando si spostano tra diverse giurisdizioni (ad esempio, ingegneri americani che vanno a Taiwan e viceversa). La base giuridica che legittima il rapporto di lavoro a monte è diversa, rendendo difficili le collaborazioni e la “contaminazione” tecnologica necessaria per l’innovazione. Problemi reali sono stati incontrati anche da aziende cinesi e coreane negli Stati Uniti, soprattutto sotto amministrazioni come quella di Trump, con politiche restrittive che hanno influito sulla mobilità dei talenti e sulla capacità di trasferimento tecnologico. La necessità di stabilire regole chiare per gli ingegneri e per gli operai specializzati stranieri che vengono a produrre chip, garantendo condizioni lavorative dignitose, è un esempio di questa sfida.
Questo quadro evidenzia la necessità per l’Europa di allineare le proprie strategie interne, considerando che i 27 Stati membri hanno spesso “27 strategie” diverse. Sebbene gli aiuti di Stato siano stati allentati post-pandemia e la Presidente Von der Leyen abbia parlato della difesa come elemento importante, riconoscendo che le tecnologie “hanno usi civili e usi militari”, le regole europee continuano a essere complesse e non sempre efficaci nel creare un fronte unito e competitivo. La “disgiunzione” tra regolamentazione e strategia, unita alla frammentazione degli approcci nazionali, rende l’Europa vulnerabile in una “guerra” tecnologica globale, dove il controllo dei chip e delle filiere di produzione si traduce in potere strategico e capacità di ricatto tra nazioni.