Il 20 ottobre 2025, un blackout di Amazon Web Services (AWS) nella regione US-EAST-1, cuore pulsante del cloud computing globale, ha mandato in tilt centinaia di piattaforme digitali, da Snapchat a Canva, da Clash Royale a Coinbase. In Italia, disagi per il sito dell’Agenzia delle Entrate e Intesa Sanpaolo, con circa 100 segnalazioni su Downdetector, mentre negli USA si contano oltre 2.400 lamentele. AWS ha confermato “aumenti di tassi di errore e latenze” per servizi come DynamoDB e Amazon Connect, causati da problemi di rete e DNS. L’interruzione, durata 3-4 ore, ha messo a nudo la vulnerabilità di un’infrastruttura digitale ipercentralizzata, dove un singolo guasto può paralizzare l’economia globale, come già visto con l’incidente CrowdStrike del 2024. Questo outage non è solo un intoppo tecnico: è un campanello d’allarme su quanto il mondo dipenda da pochi colossi del cloud – AWS, Microsoft, Google – e sui rischi di un’AI in espansione vertiginosa.
Parallelamente, come racconta Federico Fubini, nelle comunità rurali e suburbane degli Stati Uniti monta una protesta silenziosa ma potente contro i data center, infrastrutture fisiche dell’intelligenza artificiale. Da Hobart (Indiana) a Buckeye (Arizona), cartelli “No Data Centers” spuntano nei prati di villette monofamiliari, simbolo di una resistenza bipartisan che unisce conservatori e progressisti. Il caso di Hobart è emblematico: un progetto da 1.600 metri quadrati, mascherato da una società anonima (DevCo Hobart), minaccia rumore, consumi idrici ed elettrici astronomici, e opacità. Carla Houck, residente locale, teme rincari del 30% sulle bollette, confermati da Bloomberg: più data center, più salgono i costi energetici.Questi impianti, essenziali per l’AI generativa, divorano risorse. Un’analisi di Carnegie Mellon prevede che l’AI aggiungerà 275 milioni di tonnellate di CO₂ entro il 2030, mentre le utilities stimano 1,1 trilioni di dollari per aggiornare le reti elettriche globali. Le Big Tech – Nvidia, Microsoft, Meta – investono 300 miliardi nel 2025 (contro i 100 del 2022), alimentando una bolla speculativa che ricorda le ferrovie ottocentesche, come nota Paul Krugman. Ma il 95% delle aziende AI è in perdita (MIT), e servono 800 miliardi di ricavi extra entro il 2030 per la sostenibilità (Bain Capital). Intanto, accordi circolari – come Nvidia che finanzia OpenAI per comprare i suoi chip – gonfiano valutazioni senza domanda reale. La politica amplifica il paradosso. Negli USA, Trump esenta i componenti dei data center dai dazi, favorendo l’AI rispetto ad altri settori, ma i costi ricadono sui cittadini: bollette alle stelle (+17$ a Baltimore, +26$ in New Jersey). In Europa e Italia, l’impatto è imminente. Soluzioni? Regolamenti come in Oregon, dove i data center pagano il loro impatto sul grid, o impegni “water positive” (Microsoft, AWS).